| aReA*'s profileGioia e rivoluzionePhotosBlogLists | Help |
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April 27 ...E per un attimo spariremo dallo sguardo del tempo per rimanere sospesi al centro della clessidra, come un granello di sabbia che non vuol scendere. April 15 Il mondo si richiudeIl mondo ci ricade addosso. E' tutto una parentesi. E la musica è un sottofondo. Si sentono gli archi, le dita che pizzicano le corde. Il mandolino ha preso il via, si è ubriacato. I tasti si pigiano come neve, mentre il pianoforte vola su questa nebbia che cinge la luna. E tra le parentesi, parentesi di silenzio. Assoli di malinconia, che urlano con grida mute ed a volte si trasformano in ronzio, ed altre ancora in un sottofondo di vuoto e tranquillità. Silenzi e silenzi che lasciano una cortina di vapore, che va a condensarsi sugli occhi, come la condensa sui vetri delle macchine. La si può vedere la mattina presto, mentre si è in giro, con ancora il sonno sulle spalle ed un frammento di sogno appeso al collo. Strane idee i sogni, non me li ricordo mai. Dimentico, dimentico. Passaggi di corrente che nevicano su fiumi veloci. E tutto porta e tutto va. Fino alla cascata, in cui i segmenti di sogni vanno a cadere per infrangersi sulle rocce. L'odore di muschio, che i frammenti strappano, si diffonde, come una bugia, come una verità, come un non nulla. E la musica è un sottofondo, che si riprende continuamente in un ritornello, in un assolo di piano. Le notti cadono come pioggia, bagnando i pentagrammi, disegnando paesaggi, sogni, malinconie. E' surreale, surrealismo, vanità, che si porta i pensieri via dalla mente e li getta sui prati. E gli amanti si son sdraiati sui veli secchi, sui fiori poveri, sul terreno caldo, sull'estate che si sbatte fra la natura. Qualcuno si è pure appartato. Una gonna si solleva, le mani scivolano all'ombra di un albero. La gonna oramai ha mostrato tutto quello che poteva mostrare e si è girata dall'altra parte per non vedere. Si sollevano le carte: esce una donna, un fante ed un re. Strani segni colorati. Comincia a girare la testa, le prime luci dell'estate, le prime avventure. I piedi sono scalzi al sole, nudi nella loro bellezza, nella loro biancore. Richiami di adolescenza, di purezza/impurezza, di ingenuità. I piedi accarezzano l'erba secca, mentre il corpo vibra e freme, freme e vibra. Delicatezza primaverile, delicatezza infantile, delicatezza che apre un sorriso, apre un cuore. Infinite distese di sentimenti. I corpi delicatamente si abbracciano e con gli occhi al cielo, i due amanti, si accorgono delle nuvole che corrono a disegnare la fantasia. Un bambino corre appresso ad un pallone. Tenerezze, sorrisi, pianti, incapacità/capacità che coprono una vastità di emozioni. Il pensionato fermo se ne sta, a guardare il tutto e il niente; ciò che è già stato e ciò che è; quello che ha già visto e quello che gli è nuovo e si rifiuta di capire. Parentesi di parentesi: strumentali, assolate, aride, annoiate. Familiari. Ed il mondo si richiude, si risolleva. Forse per pochi istanti. April 14 Una distrazione consolatoria
E certe volte lo scrivere ti prende. Ultima consolazione per noi che siamo tornati dal flusso perpetuo dei pensieri. Si ritrova nelle curve dell’inchiostro una certa familiarità, che ti rapisce dagli spettri neri della mente. Cominci a pensare alle parole, al loro significato; ti soffermi sulla punteggiatura, sulla forma, sul suono, sul ritmo. Non si tratta quasi più di sentimenti, si mette tutto nero su bianco, in modo cinico e freddo. La spinta ispiratrice, oppure il dolore che ti ha portato a correre sul foglio si assopiscono fra le pieghe della mano che è curva sul foglio, come un vecchio contadino su un campo di grano al calar del sole. Tutto ciò avviene con naturalezza, non c’è speculazione recondita. Tu ti chini, afferri una penna e scrivi. Non ti chiedi: “perché?” Per tutto il tempo la mente è distratta, distratta nella concentrazione della composizione. Distratta dalla vita che cerca di stilizzare su di un foglio. E’ qui che la distrazione tocca il suo apice: come stilizzare su di un foglio la vita? Come descrivere l’amore, la malinconia, la tristezza, la compassione, l’odio, la libertà? O come rappresentare questo paesaggio di sole, alberi e monti? Oppure questa distesa di campi di frumento? Come descrivere questo deserto? La composizione si fa barocca o rinascimentale, a volte povera, altre decadente. Cambia forma in continuazione. Si cerca di codificare con caratteri conosciuti qualcosa di misterioso, di sconosciuto; qualcosa che in certi casi ci mette paura. Si cerca di dare forma a un sentimento di tristezza per poterlo guardare negli occhi od a un sentimento d’amore per poterlo baciare. In tutti i casi è una distrazione o una consolazione. Una consolatoria distrazione. Si vuole scappare in un foglio dal mondo e ci viene tutto naturale, ci viene tutto così. Ci vogliamo immergere nei caratteri, nelle parole, nelle frasi. Si scappa dalla vita per un momento, si sfugge ai cattivi pensieri, alla tristezza che a volte ci viene avanti e ci vuole prendere per mano. April 06 La notte e la naturaLa notte si è appena affacciata sull'erba, che ora sta prendendo il colore dello smeraldo abbuiato. L’ombra pian piano si sta facendo avanti, coprendo alberi, fili d’erba, cespugli e panchine. Sembra portare con sé il silenzio. La natura si ferma, si mette in attesa, respirando delicatamente per non far rumore, per rendersi partecipe, per accogliere nel silenzio i piccoli rumori dei passi. La luna lentamente sta salendo a prendersi il trono, che poche ore fa era di suo fratello il sole. Ha già liberato sui condannati i suoi raggi ed ha superato le sbarre e le luci della prigione. Per un attimo il faro aveva imprigionato anche lei fra le sue celle aride e polverose, le aveva negato la brama di apparire, l’avrebbe portata in gabbia insieme alle stelle. Adesso la luna è alta ed illumina l’erba, illumina i passi, illumina i tavolini di legno, illumina un angolo di silenzio immerso nel parco. Ora si accorge di essere testimone insieme alla natura, ed anche lei comincia a respirare delicatamente per non svegliare suo fratello il sole, come per cercare di fermare il tempo. Sulle panchine di legno non c’è alcun faro e le stelle brillano intense, andando a disegnare le costellazioni, che si stendono sul tappeto del cosmo per portare una luce. Sembra che si muovano, sembrano pulsare dolcemente. Piccoli battiti che danno respiro al cielo. Le foglie lentamente si muovono al passaggio della sera, e si sente qualche passo in lontananza che si avvicina ad un cancello. Il rumore del ferro delicatamente si dissolve nel campetto antistante, assumendo il suono dell’abitudine. I passi si fanno sempre più dolci mentre salgono le scale di marmo, che a dispetto dell’estate rimangono fresche, quasi gelate, come insensibili all’amore della sera. La luce del portone contrasta con il nero della natura che di fronte sta, per guardare, per spiare da una vetrata la lenta salita. Gli alberi arrivano fino ad affacciarsi alla finestra per seguire le danze al ritmo dei grilli e delle cicale. E’ buio pesto. Qualche stella cerca di portare una speranza di luce, ma la sera ha deciso di dare il buio, di fondere l’oscurità, che si rincorre fra i giardini, con quella che esce dalla piccola finestra. E’ un buio che sa di vino, è quasi alcolico, stordisce la danza, ubriaca le lenzuola e trasuda un miele fermentato sulle carni ancora così giovani. I passerotti stanno dormendo, mentre la natura assiste estasiata, quasi inconsapevole di essere l’unico testimone. Non c’è malizia, ma una sentita curiosità. Ogni gesto, ogni movimento, ogni espressione è seguita con attenzione. Tutto è in religioso silenzio, tranne i grilli e le cicale, per non perdere neanche un’immagine. Ma la natura fa fatica, fra il buio della sera, a seguire questo spettacolo, così strano per lei. E nei chiaro oscuri ogni tanto vola con l’immaginazione per dare continuità ai frammenti di contorni sfocati. Per un attimo la stanza si ferma, rimane immobile in un’espressione di dolore mista ad una voglia di piacere. Una smorfia si apre nella stanza ed un piccolo gemito va ad accarezzare i quattro angoli, ghermendo le pareti, producendo un rumore quasi ovattato e sudato. L’attimo sembra non voler cedere il passo al tempo e tutto rimane immobile, come fotografato. Un’immagine quasi in bianco e nero, dai colori sfocati, come bagnata, in cui i colori si fondono e si mischiano. E’ una tavolozza sporca, macchiata da mille tinte non ancora secche. In cui l’ultimo respiro, così forte, così finale, si muove come un pennello, andando ad unire le varie nuance. La stanza si flette in uno spasmo, si piega su sé stessa, inarcando la schiena nuda, come a reggere il peso del soffitto. Si avvolge su di sé, rannicchiandosi sotto le lenzuola, cercando quell’angolo di letto nascosto dal mondo. Non è per vergogna, ma per rendere l’ultimo atto un segreto, qualcosa di sconosciuto a chiunque altro, una parentesi in un segmento di vita appena condivisa. Il parco, il campetto, il cancello, il piccolo viale e la stanza e la natura, tutto si richiude in una bolla di fumo color del buio. Lasciando un odore di terra e rugiada che solo nelle sere d’estate si può odorare. April 01 Non torneranno più
L’aula è piena, è in fermento, da poco è finito l’esame. Si sente il vociferare della gente, che pian piano si fa meno timido dopo il silenzio precedente, il suono delle voci prende fiducia. E’ un’immagine di pace, di liberazione, andata come andata c’è un pensiero in meno, almeno per poco. I ragazzi distendono i nervi, accennano dei sorrisi per scaricare la tensione. È tutto una gioia. Si scambiano i risultati, cercano di trovare conforto in qualche numero, in qualche formula. L’alchimia dei numeri, intrecci di simboli che danno risposte inimmaginabili, modelli che rappresentano il mondo che ci circonda. Come dei pittori riescono a dipingere la realtà e come degli scultori riescono a scolpirla per illuderci che si possa cambiare. È tutto un mistero che viene svelato e celato dai numeri. Questa metafisica sulla fisica può darti il sorriso alla conclusione di un esame. Può evolversi in altri numeri, più semplici, di facile comprensione: il voto. Tutti quanti terminata la prova stiamo in attesa del voto: un numero. E attendiamo facendo scorrere altri numeri: i minuti, le ore. È tutto un susseguirsi di numeri la vita.
Resto in silenzio, seduto osservo l’aula, è un’immagine vitale quella che traspira, è felice. Sono quasi distratto da tutto questo movimento. Osservo il banco, è pieno di formule, di scritte. Ogni volta che vedo qualche scritta sui banchi mi riviene in mente l’adolescenza, non so per quale motivo. Ripenso ai banchi dell’elementari e delle medie e da lì il pensiero fugge via, non si ferma più solo ai banchi, ma ripenso ai compagni, ai professori, a quei tempi andati che non torneranno più, di quando la vita era tutto fischiettio spensierato, di quando il pensiero era ancora libero di sorridere.
Ad un tratto vedo una ragazza venirmi incontro, cammina sicura e mi guarda negli occhi, sembra quasi che mi sorrida. Faccio appena in tempo a riconoscerla che mi si siede in braccio e mi bacia. È una ragazza con cui ho frequentato assieme l’elementari, è stata la mia fidanzata dell’infanzia, conservo ancora le letterine che ci mandavamo. A quel tempo l’amore era molto più romantico. Dopo avermi baciato, tenendo sempre le sue braccia intorno al mio collo, cerca con i suoi occhi i miei e mi dice che le sono mancato, che è felice di avermi rincontrato e che si ricorda ancora di quei tempi felici, di quando eravamo degli innamorati. Mi racconta di tenere tuttora le mie lettere e di leggerle ogni tanto per ricordare a se stessa che esiste ancora un amore così bello, spensierato e disinteressato. Io le sorrido e le dico che anche io sono felice di averla incontrata, e che come lei leggo ancora le sue lettere. Rimaniamo un po’ lì, abbracciati, in silenzio. Forse nel frattempo i pensieri si saranno intrecciati e si saranno scambiati baci, ma per noi bastava un abbraccio dopo tutto quel tempo. L’aula sembra fare silenzio e tutto quanto è così irreale.
Lei si alza ed osserva fuori dalla finestra: è primavera e la natura è quasi in fiore. Allunga la sua mano ed afferra la mia e come una carezza mi guida fuori. Fuori è bello, è caldo, è solare, è primavera. Gli uccelli ci accolgono con il loro canto ed anche le nuvole sembrano suonare strusciandosi contro il cielo. Facciamo qualche passo insieme, sempre in silenzio. Mi basta avere la sua mano nella mia e pensare che forse quell’amore esiste ancora. Forse quell’amore fanciullesco è ancore dentro ai nostri cuori, forse non siamo cambiati tanto. Forse quell’idea di amore la conserviamo ancora e desideriamo ardentemente riaverlo. Vogliamo riaverlo perché quell’amore era leggero come una piuma, era candido come una colomba ed era bello come un crepuscolo che non ha fine. Non c’erano, allora, pensieri superflui, non c’erano litigi che erano per sempre. Non c’era fine a nulla, se non temporanea. Ogni esperienza era un sorriso e non si aveva paura di dire ad una ragazza ti voglio bene. Non perché non si dava peso alle parole, ma perché, anche se così piccoli, sapevamo cosa voleva dire il bene e sapevamo darlo. Era tutto una carezza data con delicatezza sulla vita, era tutto un’emozione, ed ogni sorriso era una manciata di gioia fra le braccia del sole.
Lei mi guarda e mi sorride con amore, mi abbraccia di nuovo, ma mi stringe più forte stavolta. Con la voce, rotta da un pianto delicato e dolce, mi dice che deve andare e mi chiede di aspettare con lei l’autobus. Io resto in silenzio e la bacio. Rimango lì con lei e le tengo la mano e so dentro di me che, quella mano, non la vorrei lasciare mai più.
L’autobus è arrivato, lei si gira e mi abbraccia forte, e sempre in silenzio sale. Io rimango immobile ad osservare lei che se ne va, forse per sempre. Mentre l’autobus, lentamente si sta allontanando, lei si affaccia dal finestrino e mi sorride, mentre una lacrima le bacia il viso e il riflesso del sole brilla nei suoi occhi umidi.
La stanza è buia e dalla tapparella abbassata filtrano pochi raggi di luce. Fuori c’è il nuovo giorno che già sa di vecchio come quello precedente. Mi alzo e, come ogni mattina, cerco di fare mente locale per ricordarmi qualche sogno, ma il ricordo è sfocato. Arrivo in cucina, mi affaccio alla finestra e un senso di malinconia mi avvolge. |
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